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venerdì 24 ottobre 2014

La Spagna, l’illusione della flessibilità creativa e il debito pubblico


FRESIELLO DA VALENCIA: La Spagna, l’illusione della flessibilità creativa e il debito pubblico

Ci pregiamo ancora una volta di ospitare il mitico Fresiello da Valencia
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Egli ci aggiorna raccontandoci direttamente ( dalla pancia del paese ) su come stanno le cose oggi nella Spagna di Rajoy; saprà sicuramente introdurci in un mondo che, visto dal suo osservatorio speciale, ci apparirà esattamente per come esso è nella realtà e non per come ce lo raccontano.
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A proposito della Spagna, delle sue pesanti riforme del lavoro in senso di maggiore flessibilitá e di una ipotetica crescita (peraltro sostenuta dall’enorme déficit pubblico che all’Italia è categoricamente vietato di disporre). È curioso notare come, vista da vicino, la situazione sia molto diversa da quella che traspare dai media, anche se ormai dovremmo aver compreso un pó tutti l’entità dell’opera di disinformazione/omissione (vuoi per paura di perdere il posto di lavoro, vuoi per malafede) che quotidianamente i media concorrono a relizzare.
In pratica, oltre alle file lunghissime di disoccupati davanti ai centri per l’impiego, in Spagna ci sono molte proteste locali. La motivazione di tutto ciò sta nel fatto che le riforme di precarizzazione (flessibilità la chiamano gli illuminati dell’economia) non hanno fatto altro che spezzettare e polverizzare la contrattazione, e quindi di conseguenza anche le relative problematiche, in una logica di indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori. Più piccola è la protesta, meno risultati si riescono ad ottenere attraverso essa.
In particolare mi preme raccontare la protesta dell’azienda di trasporto cittadino di Valencia per giungere ad un discorso più ampio relativo al debito pubblico e allo stato.

sabato 26 luglio 2014

Rai, sull’Europa pubblicità regresso

Articolo tratto da: http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/rai-sulleuropa-pubblicita-regresso-17405.html

  Rai, sull’Europa pubblicità regresso

Scritto da Diego Fusaro

Non è sfuggita ai più la pubblicità che la Rai sta facendo da qualche tempo dell’Unione Europea. Non sfugge perché è martellante e ossessiva, ritorna con incredibile frequenza. Ma non sfugge, poi, per il suo taglio sfacciatamente ideologico. Che – a quel che ne so io – nessuna voce si sia levata a denunciarla è l’ennesima prova circa il fatto che stiamo vivendo nell’epoca più ideologica della storia umana, quella che bolla come ideologico ogni pensiero non millimetricamente allineato con il coro virtuoso del politicamente corretto al servizio del monoteismo del mercato ovunque imperante.

mercoledì 25 giugno 2014

NICOLA IL CARPENTIERE


La scorsa settimana ho fatto una lunga chiacchierata con un cliente che in breve mi ha raccontato le sue vicissitudini di emigrante allo sbaraglio.
Nicola ha 32 anni e da 15enne, finita la III media, ha cominciato a lavorare nell’edilizia, dapprima come manovale e poi, raggiunta la maggiore età, come operaio carpentiere.
Quando iniziò, nel 1997, ingaggiato regolarmente non appena la sua età lo permise, guadagnava 40.000 £ire per 9 ore di lavoro, quando cambiò qualifica, nel 2001, la sua paga giornaliera era salita a 90.000 £ire.
A 22 anni, quando si sposò, percepiva 80 €uro per le sue 9 ore di duro lavoro, e i frequentissimi straordinari venivano ben retribuiti, rigorosamente a nero. Spesso la sua busta paga ufficiale risultava essere superiore ai 2000 euro/mese. La moglie lavorava come commessa in un negozio di abbigliamento, a 700 euro/mese e così decisero di sposarsi.
Comprarono casa nel 2004, con un mutuo trentennale (rigorosamente a tasso variabile) di ca. 700 euro/mese. Taroccando pesantemente le carte riuscirono ad ottenere il 130% del costo della casa stessa e con l’eccedenza di liquidità acquistarono il mobilio e pagarono parte delle spese del matrimonio. Nel 2006 erano in 4 in famiglia: 2 bei bambini avevano allietato la loro unione.
Nel marzo del 2009, con l’incombere della crisi, fu costretto ad andare a lavorare fuori sede: ogni giorno, con i suoi colleghi, percorreva quasi 300 km (tra andata e ritorno) con il furgone. Sveglia alle 4,30 per essere sul posto di lavoro 2 ore dopo e ritorno a casa verso le 19,00. Quell’anno, bene o male, riuscì a lavorare quasi sempre. A Natale dello stesso anno il titolare della piccola impresa dovette licenziare tutti, poiché l’azienda per cui avevano lavorato non pagava da svariati mesi ed era essa stessa sull’orlo del fallimento. Nicola, sino a quel momento aveva onorato puntualmente tutti i suoi debiti e viveva una vita abbastanza tranquilla, fatta si di pesante fatica ma tutto sommato abbastanza soddisfacente: in famiglia non mancava nulla e riuscivano a fare anche 10 giorni al mare.
Nel 2010 cominciarono i problemi: riuscì a lavorare solo 6 mesi su 12 e diede fondo ai pochi risparmi per tirare avanti dignitosamente, continuando a pagare regolarmente i debiti.
Il 2011 fu l’anno della svolta: oramai lavorava al massimo una settimana al mese. Con un colpo di “fortuna” riuscì a svendere la casa: un parente rilevò il mutuo residuo (25 anni) e gli diede 10.000 euro in nero come buonuscita: la sua casa nel frattempo aveva perso quasi il 50% del valore e l’inflazione di abitazioni, abbinata alla stretta creditizia, gli fecero prendere quella -tutto sommato- saggia decisione. Nel frattempo anche la moglie aveva perso il lavoro: il negozio presso cui lavorava aveva chiuso.
I mesi che passarono furono tremendi: momentaneamente andarono a vivere a casa dei suoceri, in quella che una volta era la cameretta della moglie, la quale trovò impiego saltuario a lavare scale per condomini a 4 euro/ora, mentre lui faceva lavoretti saltuari di varia natura: insieme riuscivano a malapena a portare a casa 600/700 euro/mese.
Nicola ha una sorella che vive nei pressi di Lione, in Francia, e incoraggiato da essa, decise a malincuore di emigrare. Partì nei primi mesi del 2013 e nonostante la sua buona volontà trovò anche lì solo lavori saltuari, a nero e malpagati. La lingua era la barriera insormontabile che lo divideva da un lavoro stabile e meglio pagato. Nel novembre 2013 fece ritorno a casa e cominciò a reinventarsi operaio agricolo. Fece la campagna delle olive per intero a 30 euro/giorno, in concorrenza con rumeni e bulgari. Traslocarono in un “basso” di due stanze comunicanti a 180 euro/mese e gli regalai, in quell’occasione, dei mobili che mi avanzavano: aveva anche venduto tutto ciò che avesse un valore minimo.
Oggi Nicola lavora stabilmente presso un’azienda agricola a 40 euro/giorno, per 11/12 ore lavorative. In questo periodo di mietitura del grano per una settimana intera non si è mai ritirato a casa per quanto c’era da fare e senza percepire nessun altro emolumento aggiuntivo. In pratica, egli lavora per 3,33 euro/ora.
Caro Nicola, benvenuto all’inferno.
Le regole fondanti della UE, relative alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone (che sarebbe meglio definire “libera circolazione degli schiavi”) sono servite solo a far scendere i prezzi della manodopera. Una volta tale evenienza veniva definita “curva di Phillips”: aumentando la disoccupazione marginale tramite leggi che favoriscono l’immigrazione da zone notoriamente più povere se non sottosviluppate, si mettono in concorrenza i lavoratori che saranno portati così ad abbassare le proprie pretese salariali, come, appunto, il caso di cui vi ho appena raccontato. Il tutto ad unico vantaggio dei profittatori. Ancora oggi, qualsiasi prodotto che prevede largo uso di manodopera ha come componente “costo del lavoro” quasi il 70% dell’intero prezzo di produzione. Abbassando quella voce si ritorna competitivi. Ma solo sino a quando la concorrenza non farà altrettanto, in una spirale deflattiva senza fine.
Per l’Europa prevedo un futuro gramo, fatto non da populismi, ma bensì da nazionalismi estremi e da xenofobia di ritorno.
Il nuovo status-quo a cui stanno obbligando gran parte della popolazione del vecchio continente farà tornare di moda una parola a cui non siamo più abituati: conflitto. O se preferite, guerra.


Roberto Nardella, Tratto da: appello al popolo